I golpisti honduregni, ultimatum al Brasile
L'usurpatore Micheletti decreta lo stato d'assedio
In Honduras, a tre mesi dal colpo di stato che ha deposto manu militari il legittimo presidente Manuel Zelaya, il golpista Roberto Micheletti resta aggrappato al potere, aumentando la repressione malgrado la forte opposizione nel paese e a livello internazionale.
Sabato scorso, ha firmato un decreto che instaura lo stato d'assedio per 45 giorni e domenica sera ha annunciato la sospensione delle principali garanzie. Nello stesso giorno, ha impedito a quattro rappresentanti dell'Organizzazione degli stati americani (Osa) e a due funzionari dell'ambasciata di Spagna di entrare a Tegucigalpa. Ha minacciato di togliere l'immunità diplomatica all'ambasciata del Brasile, che sta garantendo l'incolumità al presidente Zelaya,
rientrato in patria il 21 settembre. E ieri ha mandato la polizia a chiudere le ultime due radio di opposizione ancora attive, Radio Globo e Canal 36. Da due settimane le radio, i cui programmi erano stati ufficialmente interrotti all'indomani del colpo di stato, erano nel mirino dei golpisti per aver continuato a trasmettere comunque, dando voce al Fronte nazionale di resistenza al golpe e denunciando l'operato di esercito e polizia. Proprio con un'intervista telefonica a Radio Globo, Zelaya, asserragliato nell'ambasciata del Brasile, domenica sera aveva dato notizia dell'ulteriore giro di vite e invitato la popolazione a sferrare l'«offensiva finale» contro Micheletti marciando sulla capitale.
Il decreto vieta «ogni riunione pubblica non autorizzata» e ogni dichiarazione contraria alle «risoluzioni del governo». Per «garantire l'ordine», autorizza militari e polizia ad arrestare chiunque si trovi per strada fuori dall'orario previsto dal coprifuoco o sia «in qualche modo sospettato di poter danneggiare le persone e i beni».
Il Fronte nazionale contro il golpe (Fncge), l'organismo di resistenza che in questi mesi ha tenuto in piedi quasi quotidianamente la mobilitazione, denuncia un'altra morte: una studentessa universitaria, uccisa dai gas lacrimogeni che aveva respirato mercoledì scorso davanti all'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Allora, la polizia era intervenuta per disperdere i 4.000 manifestanti pro-Zelaya che avevano trascorso la notte lì, aspettavano il rientro del presidente, aveva provocato 2 morti e una trentina di feriti.
Già dal 6 agosto, il Comitato delle famiglie dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh) ha denunciato 2.702 detenzioni illegali e nove omicidi, alcuni dei quali «commessi da militari travestiti da civili». Da allora, come testimonia anche un comunicato dei frati Domenicani di San Pedro Sula, le persecuzioni fisiche contro «sindacalisti, maestri, contadini, femministe e attivisti dei diritti umani» sono quotidiane e lo stadio Chochy Sosa, a Tegucigalpa «è stato trasformato in una prigione per recludere e torturare gli oppositori».
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano il ritorno degli squadroni della morte, messi a riposo alla fine degli anni '80, che hanno diffuso una lista di 120 sindacalisti da eliminare. E accusano l'operato del consigliere speciale alla sicurezza di Micheletti, Billy Joya, ex-membro del Battaglione 3-16, un'unità militare che, negli anni '80, fece scomparire circa 200 militanti di sinistra.
Secondo Lewis Amselem, un rappresentante degli Stati uniti presso l'Organizzazione di stati americani (Osa), il ritorno di Zelaya è stato però un gesto «irresponsabile» che non va a vantaggio del popolo honduregno.
Intanto ieri, il presidente del Brasile, Lula Da Silva, ha respinto l'«ultimatum» del golpista Micheletti: «Zelaya è nostro ospite in ambasciata», ha detto. E il ministro della difesa brasiliano, Nelson Jobim, ha affermato che non invierà i propri soldati a Tegucigalpa per difendere il personale dell'ambasciata, sotto minaccia dei golpisti - che da otto giorni hanno tagliato acqua, luce e telefono, consentendo loro solo di ricevere i viveri, il 22 settembre, da un rappresentante dell'Onu: «La soluzione è esclusivamente diplomatica.
Non possiamo entrare con la forza in un paese straniero», ha dichiarato Jobima alla stampa, precisando che l'utilizzo di militari a protezione delle sedi diplomatiche, come avviene in Congo e in Costa d'Avorio, è stato concordato con i governi locali.
«La dittatura civil-militare in Honduras pretende di imporsi come dittatura morbida - ha poi affermato il premio Nobel per la pace, Perez Esquivel, che si trova a Trento -: un meccanismo perverso per rovesciare un governo legittimo, quello di Manuel Zelaya, e poi andare alle elezioni, cancellando così l'immagine del golpe». Quindi, Esquivel ha invitato l'Italia a «fare la sua parte per il ripristino immediato dei diritti umani e dei diritti democratici».
In Honduras, a tre mesi dal colpo di stato che ha deposto manu militari il legittimo presidente Manuel Zelaya, il golpista Roberto Micheletti resta aggrappato al potere, aumentando la repressione malgrado la forte opposizione nel paese e a livello internazionale.
Sabato scorso, ha firmato un decreto che instaura lo stato d'assedio per 45 giorni e domenica sera ha annunciato la sospensione delle principali garanzie. Nello stesso giorno, ha impedito a quattro rappresentanti dell'Organizzazione degli stati americani (Osa) e a due funzionari dell'ambasciata di Spagna di entrare a Tegucigalpa. Ha minacciato di togliere l'immunità diplomatica all'ambasciata del Brasile, che sta garantendo l'incolumità al presidente Zelaya,
rientrato in patria il 21 settembre. E ieri ha mandato la polizia a chiudere le ultime due radio di opposizione ancora attive, Radio Globo e Canal 36. Da due settimane le radio, i cui programmi erano stati ufficialmente interrotti all'indomani del colpo di stato, erano nel mirino dei golpisti per aver continuato a trasmettere comunque, dando voce al Fronte nazionale di resistenza al golpe e denunciando l'operato di esercito e polizia. Proprio con un'intervista telefonica a Radio Globo, Zelaya, asserragliato nell'ambasciata del Brasile, domenica sera aveva dato notizia dell'ulteriore giro di vite e invitato la popolazione a sferrare l'«offensiva finale» contro Micheletti marciando sulla capitale.
Il decreto vieta «ogni riunione pubblica non autorizzata» e ogni dichiarazione contraria alle «risoluzioni del governo». Per «garantire l'ordine», autorizza militari e polizia ad arrestare chiunque si trovi per strada fuori dall'orario previsto dal coprifuoco o sia «in qualche modo sospettato di poter danneggiare le persone e i beni».
Il Fronte nazionale contro il golpe (Fncge), l'organismo di resistenza che in questi mesi ha tenuto in piedi quasi quotidianamente la mobilitazione, denuncia un'altra morte: una studentessa universitaria, uccisa dai gas lacrimogeni che aveva respirato mercoledì scorso davanti all'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Allora, la polizia era intervenuta per disperdere i 4.000 manifestanti pro-Zelaya che avevano trascorso la notte lì, aspettavano il rientro del presidente, aveva provocato 2 morti e una trentina di feriti.
Già dal 6 agosto, il Comitato delle famiglie dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh) ha denunciato 2.702 detenzioni illegali e nove omicidi, alcuni dei quali «commessi da militari travestiti da civili». Da allora, come testimonia anche un comunicato dei frati Domenicani di San Pedro Sula, le persecuzioni fisiche contro «sindacalisti, maestri, contadini, femministe e attivisti dei diritti umani» sono quotidiane e lo stadio Chochy Sosa, a Tegucigalpa «è stato trasformato in una prigione per recludere e torturare gli oppositori».
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano il ritorno degli squadroni della morte, messi a riposo alla fine degli anni '80, che hanno diffuso una lista di 120 sindacalisti da eliminare. E accusano l'operato del consigliere speciale alla sicurezza di Micheletti, Billy Joya, ex-membro del Battaglione 3-16, un'unità militare che, negli anni '80, fece scomparire circa 200 militanti di sinistra.
Secondo Lewis Amselem, un rappresentante degli Stati uniti presso l'Organizzazione di stati americani (Osa), il ritorno di Zelaya è stato però un gesto «irresponsabile» che non va a vantaggio del popolo honduregno.
Intanto ieri, il presidente del Brasile, Lula Da Silva, ha respinto l'«ultimatum» del golpista Micheletti: «Zelaya è nostro ospite in ambasciata», ha detto. E il ministro della difesa brasiliano, Nelson Jobim, ha affermato che non invierà i propri soldati a Tegucigalpa per difendere il personale dell'ambasciata, sotto minaccia dei golpisti - che da otto giorni hanno tagliato acqua, luce e telefono, consentendo loro solo di ricevere i viveri, il 22 settembre, da un rappresentante dell'Onu: «La soluzione è esclusivamente diplomatica.
Non possiamo entrare con la forza in un paese straniero», ha dichiarato Jobima alla stampa, precisando che l'utilizzo di militari a protezione delle sedi diplomatiche, come avviene in Congo e in Costa d'Avorio, è stato concordato con i governi locali.
«La dittatura civil-militare in Honduras pretende di imporsi come dittatura morbida - ha poi affermato il premio Nobel per la pace, Perez Esquivel, che si trova a Trento -: un meccanismo perverso per rovesciare un governo legittimo, quello di Manuel Zelaya, e poi andare alle elezioni, cancellando così l'immagine del golpe». Quindi, Esquivel ha invitato l'Italia a «fare la sua parte per il ripristino immediato dei diritti umani e dei diritti democratici».
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