USA/CUBA: Obama proroga l'embargo: bye-bye al «nuovo inizio»
Barack Obama ha messo ieri la sua firma sotto la proroga per un altro anno - così fanno 47 - dell'embargo Usa contro Cuba. Scrivendo quella firma con ogni probabilità ha, contemporaneamente, cancellato l'impegno preso in aprile al vertice delle Americhe di un "new beginning" nei rapporti tormentati fra gli Stati uniti e l'America latina. Nuovo inizio bye-bye. Tutto come prima, come sempre. Almeno rispetto all'ossessione cubana (e anche sul golpe in Honduras ci sono molte ombre).
Firmando, Obama aggiunge il suo nome a quello di tutte le precedenti amministrazioni Usa nell'ultimo mezzo secolo. In piena continuità. Una politica micidiale per Cuba e del tutto inefficace per i fini che gli Stati uniti si ripromettevano nel '62: l'embargo "per privare Cuba del denaro e dei rifornimenti, per ridurre la sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare la fame, la disperazione e il rovesciamento del governo". Eppure Cuba, la Cuba castrista, con tutti i suoi limiti e le sue difficoltà, con le sue sofferenze, è ancora là. A 90 miglia dalla Florida.
Anche se Obama non avesse firmato la proroga del "bloqueo" - blocco, non embargo, perché copre e colpisce al di là dei rapporti bilaterali, castigando imprese di paesi terzi che fanno affari con Cuba - non sarebbe cambiato nulla, nella pratica. Perché è solo il Congresso a poter eliminare quella legge oscena. Ma dal punto di vista simbolico e politico, la firma è una mazzata alle speranze suscitate dalle promesse del "nuovo inizio". Speranze che avevano fatto breccia in America latina e a Cuba stessa, fra la popolazione e il dissenso interno meno becero (e meno filo-Bush).
Anziché prendere finalmente il toro per le corna e mostrare che "sì, si può" cambiare - impegnandosi a cancellare l'embargo come passo previo a qualsiasi ripresa di rapporti e negoziati fra partner di uguale dignità -, Obama ha detto che il blocco non si tocca perché rappresenta "una leva per mettere il regime davanti a un'opzione chiara: se fa dei passi importanti verso la democrazia, a cominciare dalla liberazione di tutti i detenuti politici, anche noi faremo dei passi per cominciare a normalizzare i rapporti". Un diktat intollerabile per qualsiasi governo che non sia servo e succube. Al di là di qualche passettino - la revoca alle limitazioni su viaggi e rimesse poste da Bush ai cubano-americani, lo spegnimento della striscia luminosa che campeggiava sulla Sezione d'interessi Usa all'Avana portando ai cubani "la verità", e qualche altro spicciolo -, con Obama i rapporti con Cuba non sono cambiati. Anzi. Di fatto sono le statistiche Usa a mostrare che il numero delle imprese sanzionate per aver violato in qualche modo il blocco, è aumentato da quando lui è alla Casa bianca (ultima la Philips, multata per aver venduto equipaggiamenti medici a Cuba).
Una legge stupida e inefficace che anziché provocare le (necessarie) riforme del sistema cubano, lo spingono ad arroccarsi, a lasciare tutto come sta, paradossalmente rafforzandolo anziché indebolirlo. E bravo Obama, il presidente del "cambio".