Israele lascia senza linea Wataniya, il secondo operatore di telefonia Anp
Netanyahu parla di «pace economica» con i palestinesi della Cisgiordania ma la politica dell'occupazione non cambia
Da qualche giorno agenzie di stampa e giornali di mezzo mondo gareggiano nel riferire i «miracoli» generati in Cisgiordania dalla «pace economica» che starebbe attuando il governo israeliano per «rafforzare» l'Anp di Abu Mazen. «Nablus risorge», «Ramallah è Las Vegas», sono alcuni dei titoli visti di recente. Un progresso che viene messo a confronto con la disastrosa situazione di Gaza, strangolata dall'assedio israeliano.
In effetti qualche segnale di miglioramento c'è davvero. E' stato sufficiente che l'esercito israeliano rimuovesse poche decine dei circa 600 check-point e blocchi stradali esistenti, per veder respirare un centro abitato importante come Nablus. A conferma che, se liberi dall'occupazione israeliana, i palestinesi potrebbero puntare subito all'autosufficienza economica. Non come accade oggi: il budget dell'Anp dipende per un 50% dagli aiuti esteri e, nonostante una crescita prevista del Pil del 7,5% nel 2011, il reddito pro capite palestinese rimane per un 30% inferiore a quello del 2000.
Che la «pace economica» di Netanyahu sia un'invenzione lo dimostra peraltro l'atteggiamento che le autorità israeliane continuano a mantenere verso i progetti infrastrutturali pubblici e privati avviati dai palestinesi. Un caso lampante è quello di Wataniya, il secondo operatore di telefonia mobile palestinese. Tanto grave da far gridare allo scandalo persino l'accomodante ex premier britannico Tony Blair, ora inviato speciale del Quartetto (Usa, Russia, Onu, Ue). Wataniya, controllata dalla Kuwait National Mobile e che dovrebbe affiancarsi all'operatore «statale» Jawal, ha fissato al 15 settembre la data per ottenere (finalmente) da Israele le frequenze necessarie per cominciare ad operare, altrimenti chiederà un risarcimento di circa 140 milioni di dollari per danni. Ma non agli occupanti israeliani ma all'Anp dalle casse sempre vuote. La vicenda va avanti da anni. Abu Mazen in persona era intervenuto per convincere Tel Aviv a velocizzare i tempi, garantendo ai proprietari di Wataniya che Israele avrebbe indicato le frequenze disponibili «al più presto». E invece le cose non sono andate avanti e ora l'operatore di telefonia minaccia di rinunciare per sempre agli investimenti previsti per 650 milioni di dollari ( 2.500 posti di lavoro), puntando l'indice contro l'Anp, evidentemente incapace di far rispettare a Israele l'impegno preso.
Dopo ben 16 anni di negoziati, accordi e intese, Israele continua a controllare tutto ciò che si muove in campo economico nei territori palestinesi, inclusa la telefonia. E se gli operatori palestinesi incontrano difficoltà enormi anche solo per alzare antenne e ripetitori, quelli israeliani fanno in bello e cattivo tempo in Cisgiordania. Jawal e, se ci riuscirà, Wataniya possono costruire impianti solo nelle aree autonome A e B (rispettivamente a controllo Anp pieno e parziale) mentre devono evitare l'area C (59% della Cisgiordania), completamente nelle mani dell'esercito occupante. Restrizioni che non valgono per i quattro operatori israeliani: Mirs ha 86 antenne e ripetitori sparsi ovunque in Cisgiordania, Cellcom 191, Pelephone 195 e Partner 165. Strutture che, sottolinea una indagine dell'organizzazione pacifista Yesh Din, sono state costruite nella maggioranza dei casi su terreni privati palestinesi confiscati e ceduti alle colonie ebraiche. Secondo dati della Banca mondiale, il 45% del mercato della telefonia in Cisgiordania è controllato dagli operatori israeliani. Numeri che forse spiegano perché Wataniya non ha ancora ottenuto le frequenze. A Gaza nel frattempo chi va a pesca rischia la vita. Un giovane 25enne giovedì è stato ucciso sul suo peschereccio dal fuoco di una motovedetta israeliana.
Da qualche giorno agenzie di stampa e giornali di mezzo mondo gareggiano nel riferire i «miracoli» generati in Cisgiordania dalla «pace economica» che starebbe attuando il governo israeliano per «rafforzare» l'Anp di Abu Mazen. «Nablus risorge», «Ramallah è Las Vegas», sono alcuni dei titoli visti di recente. Un progresso che viene messo a confronto con la disastrosa situazione di Gaza, strangolata dall'assedio israeliano.
In effetti qualche segnale di miglioramento c'è davvero. E' stato sufficiente che l'esercito israeliano rimuovesse poche decine dei circa 600 check-point e blocchi stradali esistenti, per veder respirare un centro abitato importante come Nablus. A conferma che, se liberi dall'occupazione israeliana, i palestinesi potrebbero puntare subito all'autosufficienza economica. Non come accade oggi: il budget dell'Anp dipende per un 50% dagli aiuti esteri e, nonostante una crescita prevista del Pil del 7,5% nel 2011, il reddito pro capite palestinese rimane per un 30% inferiore a quello del 2000.
Che la «pace economica» di Netanyahu sia un'invenzione lo dimostra peraltro l'atteggiamento che le autorità israeliane continuano a mantenere verso i progetti infrastrutturali pubblici e privati avviati dai palestinesi. Un caso lampante è quello di Wataniya, il secondo operatore di telefonia mobile palestinese. Tanto grave da far gridare allo scandalo persino l'accomodante ex premier britannico Tony Blair, ora inviato speciale del Quartetto (Usa, Russia, Onu, Ue). Wataniya, controllata dalla Kuwait National Mobile e che dovrebbe affiancarsi all'operatore «statale» Jawal, ha fissato al 15 settembre la data per ottenere (finalmente) da Israele le frequenze necessarie per cominciare ad operare, altrimenti chiederà un risarcimento di circa 140 milioni di dollari per danni. Ma non agli occupanti israeliani ma all'Anp dalle casse sempre vuote. La vicenda va avanti da anni. Abu Mazen in persona era intervenuto per convincere Tel Aviv a velocizzare i tempi, garantendo ai proprietari di Wataniya che Israele avrebbe indicato le frequenze disponibili «al più presto». E invece le cose non sono andate avanti e ora l'operatore di telefonia minaccia di rinunciare per sempre agli investimenti previsti per 650 milioni di dollari ( 2.500 posti di lavoro), puntando l'indice contro l'Anp, evidentemente incapace di far rispettare a Israele l'impegno preso.
Dopo ben 16 anni di negoziati, accordi e intese, Israele continua a controllare tutto ciò che si muove in campo economico nei territori palestinesi, inclusa la telefonia. E se gli operatori palestinesi incontrano difficoltà enormi anche solo per alzare antenne e ripetitori, quelli israeliani fanno in bello e cattivo tempo in Cisgiordania. Jawal e, se ci riuscirà, Wataniya possono costruire impianti solo nelle aree autonome A e B (rispettivamente a controllo Anp pieno e parziale) mentre devono evitare l'area C (59% della Cisgiordania), completamente nelle mani dell'esercito occupante. Restrizioni che non valgono per i quattro operatori israeliani: Mirs ha 86 antenne e ripetitori sparsi ovunque in Cisgiordania, Cellcom 191, Pelephone 195 e Partner 165. Strutture che, sottolinea una indagine dell'organizzazione pacifista Yesh Din, sono state costruite nella maggioranza dei casi su terreni privati palestinesi confiscati e ceduti alle colonie ebraiche. Secondo dati della Banca mondiale, il 45% del mercato della telefonia in Cisgiordania è controllato dagli operatori israeliani. Numeri che forse spiegano perché Wataniya non ha ancora ottenuto le frequenze. A Gaza nel frattempo chi va a pesca rischia la vita. Un giovane 25enne giovedì è stato ucciso sul suo peschereccio dal fuoco di una motovedetta israeliana.
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