BASI USA IN COLOMBIA: NO !
PUR NON CONDIVIDENDO I PASSAGGI SU CHAVEZ E MORALES, PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO TRATTO DA UN QUOTIDIANO NAZIONALE. NO ALLE BASI USA IN COLOMBIA,
CSIAM
UNA VECCHIA STORIA
Obama e le basi Usa in Colombia: no però sì
La Casa bianca lamenta il ritorno alla "tradizionale retorica antiyanqui" e si finge "sorpresa" dalla aspra e quasi unanime reazione dei paesi latino- americani. Sia quelli radicali sia quelli moderati. Come il Brasile che parla di "rimasugli della guerra fredda". Il presidente dice di non averle mai "autorizzate". È solo la "attualizzazione" degli accordi in corso
No però sì. Venerdì scorso il presidente degli Stati uniti Barack Obama, concedendo alla Casa bianca un'intervista prima di partire per il vertice dei tre paesi del Nafta (Usa, Canada e Messico) previsto per oggi e domani nella città messicana di Guadalajara, ha voluto "smontare il mito che stiamo installando basi militari in Colombia". Anzi ha lamentato che "ci sia chi nella regione sta tentando di manipolare questo tema utilizzando la tradizionale retorica antiyanqui". Obama ha garantito di non avere autorizzato né di avere intenzione di autorizzare l'installazione di una base militare Usa in Colombia.
Una forse no ma sette sì.
"Voglio essere assolutamente chiaro - ha detto -: abbiamo un accordo di sicurezza con la Colombia da molti anni e lo abbiamo attualizzato. Questa è la continuazione dell'assistenza che abbiamo assicurato alla Colombia. Non abbiamo intenzione di inviare in Colombia grandi quantità addizionali di soldati e abbimo l'interesse a vedere la Colombia e i suoi vicini operare pacificamente".
Una smentita che non smentisce e anzi conferma le "preoccupazioni" che il presidente brasiliano Lula ha manifestato al suo olologo colombiano Alvaro Uribe nell'incontro di giovedì a Brasilia. Preoccupazioni avvertite, sia pure con parole e toni diversi, da tutti i paesi del Cono sud con l'eccezione del Perú di Alan García, rimasto l'unico a schierarsi senza riserve al fianco del guerrafondaio Uribe che non arretra davanti a nulla nel suo obiettivo (oltre che di strappare un terzo mandato presidenziale) di fare della Colombia "l'Israele dell'America latina": il venezuelano Hugo Chávez spesso eccede nel linguaggio ma in questo caso la definizione non è troppo lontana dalle realtà. Il Plan Colombia, in vigore dal 2000, garantisce già al paese di Uribe lo status di terzo ricettore di "aiuti" Usa al mondo dopo Israele ed Egitto, e con questo nuovo accordo - dai contenuti poco o nulla conosciuti - si vedrà piovere addosso altri miliardi di dollari e altri contingenti militari statunitensi, rafforzando il suo ruolo di gendarme Usa nel Cono sud in generale e al confine del problematico Venezuela in particolare.
Di fronte a queste preoccupazioni diffuse, Uribe ha visitato la scorsa settimana sette paesi della regione per cercare di chiarire e giustificare la sua decisione di concedere basi - prima si parlava di tre, poi di cinque, adesso di sette - a Washington. Ovunque, con l'eccezione di Lima, si è sentito ripetere le stesse cose, nonostante che dal tour fossero state esclusi il Venezuela e l'Ecuador di Rafael Correa, entrambi ai ferri corti con Uribe. Con più forza a La Paz e Buenos Aires, più sfumate a Montevideo e Asunción. Perfino a Santiago del Cile che agli occhi di Washington è il paese modello dell'America latina fin dai tempi di Pinochet e ancor più dopo, la moderatissima Michelle Bachelet ha eccepito che pur essendo quella di Uribe una decisione "sovrana", sarebbe meglio che l'avesse presentata e ne avesse discusso nell'ambito dell'Unasur, l'Unione delle nazioni sudamericane (di cui Michelle ha la presidenza di turno), e del Consiglio di difesa sudamericano, che si riuniscono domani a Quito, in Ecuador. Ma Uribe ha già detto che a Quito non andrà.
Il giro di Uribe si è concluso giovedì a Brasilia dove ha avuto un'incontro-chiave con Lula. A cui la storia delle basi non è piaciuta per niente. Miguel Angel García, il suo storico consigliere per le questioni internazionali, incontrando mercoledì il generale Jim Jones, consiglier per la sicurezza nazionale di Obama, aveva parlato di "rimasugli della guerra fredda" che "non contribuiscono alla distensione" in America latina.
Uribe e pure Jones hanno provato a sostenere la tesi che l'accordo militare Washington-Bogotá, le basi e il rafforzamento della presenza militare Usa in Colombia - e per converso in America latina - servono a un interesse continentale comune: rafforzare la guerra contro il narco-traffico (che nonostante il Plan Colombia non è mai stato così florido nel principale produttore al mondo di coca), contro "il terrorismo" (leggi Farc) e avrebbero addirittura un obiettivo "umanitario".
Nonostante le smentite di Obama, la realtà - sia politica sia simbolica - è più prosaica. L'effetto domino e la moltiplicazione da uno a sette, viene dalla decisione di Correa - quella si "sovrana" - di non rinnovare, alla sua scadenza in novembre, l'accordo che concede agli Usa la gigantesca base militare a Manta. Uribe ha visto l'occasione e ci si è buttato.
Forse Chávez esagera quando vede nelle basi un rischio di guerra. Forse esagera anche il boliviano Evo Morales quando dice che "chi vuole installare basi militari in America latina è un traditore del suo popolo e un traditore dell'America latina". Ma di certo non esagera il vecchio Fidel Castro che in una delle sue "riflessioni" ha parlato delle sette basi Usa in Colombia come di "sette pugnalate all'America latina". E non esagera Lula quando dice, per bocca del suo consigliere García, che sono "rimasugli della guerra fredda". O quanto meno di un rapporto imperiale che, nonostante il suo fascino e le belle parole (e le smentite), Obama non ha (ancora?) mostato di volere o potere intaccare. Pare che a Washington siano rimasti "sorpresi" per le accalorate e pressoché unanimi reazioni dei latino-americani, sia i radicali sia i moderati, di fronte alla notizia delle sette basi in Colombia. Anche Obama sembra "sorpreso" e deluso per la riesumazione della "tradizionale retorica antiyanqui". Santa ingenuità.
TRATTO DA WWW.ILMANIFESTO.IT
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